Tagliare l’università e la ricerca per controllare il Paese
05 Nov 2008
Tagliare l’università e la ricerca per controllare il Paese
di V. Francesco Polcaro
La signora Gelmini ha affermato di non capire perché la contestano nelle Università, dato che lei non ha ancora emanato nessun provvedimento a riguardo. In realtà, basterebbe il disegno di legge da lei presentato nella passata legislatura il 5 febbraio 2008 (http://legxv.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/15PDL0040980.pdf )
sull’argomento per giustificare l’occupazione di tutte gli Atenei e gli Enti di Ricerca italiani come misura preventiva di legittima difesa. La ministra dice che vuole combattere il baronato, ma taglia (o lascia tagliare) l’assunzione dei giovani che è l’unica misura per sottrarli alla subordinazione accademica. La ministra dice che vuole valorizzare il merito, ma taglia (o lascia tagliare) le risorse sul finanziamento ordinario e sui progetti di ricerca, che sono l’unico mezzo attraverso il quale il merito può affermarsi. Dice che vuole “l’eccellenza”, ma dimentica (o non sa) che l’eccellenza emerge solo se si poggia su di una robusta e diffusa base di ricerca e di docenza di buon livello. Fra l'altro la ministra non conosce neanche i dati OCSE sulla ricerca pubblica e sull'università e cita dati falsi, come quelli sui corsi di laurea con un solo iscritto, che non esistono.
Ci ha già comunque pensato il Ministro Tremonti a prendersi cura delle università e della ricerca pubblica italiana e, forse, nei 9 minuti a disposizione per far approvare quella che è ora la Legge 133/08 dal Consiglio dei Ministri, non ha fatto in tempo a spiegarle cosa proponeva per le istituzioni poste sotto la “tutela” del suo Ministero.
La Legge 133/08 prevede infatti che il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università, già abbondantemente ridotto dai precedenti governi, sia ulteriormente decurtato, e in realtà si riduce ora di un terzo rispetto a quello che era in precedenza; inoltre è ridotto il finanziamento del PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale), l’unico strumento che ormai finanzi la ricerca libera. Quello però che è più grave è la drastica riduzione delle assunzioni del personale docente e tecnico-amministrativo, dopo due anni di blocco dei concorsi e a fronte dell'elevato numero di precari che lavorano nelle università, e la possibilità di trasformazione degli Atenei in Fondazioni private, con la privatizzazione dei rapporti di lavoro, con il conferimento dei beni dell'Università al nuovo soggetto privato e l'indeterminatezza degli organi di gestione degli Atenei, senza nessuna garanzia per la libertà di ricerca e di insegnamento. Quasi inutile citare i tagli ai già scarsissimi Fondi del finanziamento del diritto allo studio che sono stati ulteriormente ridotti e l'inevitabile un forte aumento delle tasse universitarie se gli Atenei diventassero fondazioni.
Tali provvedimenti vanno ben oltre una pura manovra di risparmio e determinano uno scenario in cui sparisce l'università italiana come sistema nazionale tutelato dalla Costituzione, nella quale il ruolo pubblico è elemento decisivo di garanzia per il diritto allo studio, la libertà di ricerca e d'insegnamento e gli interessi generali del Paese.
La mancanza di risorse economiche e l'impossibilità di assumere impediranno il ricambio generazionale, aggravando il problema già insopportabile del precariato, chiudendo le porte dell'università ad intere generazioni e diminuendo ancora il rapporto tra docenti e studenti (già il tra i più bassi tra i paesi sviluppati e con un valore troppo basso del quale è impensabile una didattica efficace). Il progetto del governo è molto chiaro: smantellare l'università pubblica che garantisce uguali opportunità a favore di poche università “di eccellenza” (o autodefinitesi tali), determinando una situazione di divaricazione tra chi ha la possibilità economica di studiare nelle sedi più prestigiose e chi, anche se più meritevole, non ha questa possibilità. In breve, scomparirà l'Università italiana come luogo pubblico di ricerca, di creazione e di trasmissione della conoscenza come bene comune e sarà cancellato il ruolo dello Stato nell'alta formazione, sancito e garantito dalla Costituzione.
Inoltre, con il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 1 agosto, il Ministro Gelmini, senza confrontarsi né con la docenza universitaria ed i suoi organi rappresentativi, né con le Organizzazioni Sindacali, né con le Organizzazioni Studentesche, dà inizio ad un ennesimo stravolgimento dell'università e della ricerca, facendosi dare una delega di un anno “per il riassetto normativo sostanziale e procedimentale delle disposizioni vigenti in materia di ordinamento universitario”, con criteri direttivi quanto mai vaghi e pericolosi che prevedono accorpamenti, cambiamenti e “semplificazioni” di norme e regolamenti.
Ma non è finita qui: leggendo le tabelle della proposta per la Finanziaria 2009 si scoprono dati che aggiungono ulteriori preoccupazioni. Nella tabella C, per quanto riguarda il Fondo di Finanziamento Ordinario dell’Università (pag. 144), si legge ad esempio la previsione per il triennio 2009-2011: ad un leggero incremento per il 2009 (circa 73 milioni in più del 2008) corrisponde nel 2010 un taglio di 731 milioni rispetto al 2009, che diventano 863 nel 2011. Ricordiamo che il taglio a regime previsto dalla Legge 133 era di 453 milioni, ed era già insostenibile. Tra i primi di agosto (approvazione della Legge 133) e il 30 settembre i tagli sono raddoppiati. Vengono inoltre tagliati i fondi per la programmazione triennale (-28,5 milioni nel 2010), nonché quelli per il diritto allo studio (-43,5 milioni nel 2010), a dispetto del fatto che per il finanziamento al diritto allo studio l’Italia è già tra gli ultimi paesi in Europa.
Per quanto riguarda gli Enti Pubblici di Ricerca, l'articolo 12 del DDL 112, ora Legge 133/08, si intitola “Riforma della delega in materia di riordino degli enti di ricerca”,
e dà al governo mano libera per qualunque accorpamento o scorporo, distruggendo l’autonomia statutaria agli enti e l’autonomia dei ricercatori garantita dalla Costituzione e raccomandata dalla stessa Commissione Europea attraverso la “Carta dei ricercatori”: perfino il moderatissimo attuale Parlamento Europeo aveva infatti dovuto riconoscere che la ricerca scientifica o è libera ed autonoma o non è ricerca scientifica.
Ma la Legge 133/08 già impone una riduzione della pianta organica in tutti gli enti di ricerca di almeno il 10%, cancella molte delle già scarse stabilizzazioni del personale precario ottenute con le Leggi Finanziarie del Governo precedente e riduce la possibilità di assumere nuovo personale consentendola solo nell'ambito del turn-over calcolato non in relazione alla spesa ma alle unità di personale: molte linee di ricerca, senza alcuna valutazione sulla loro validità, andranno sotto massa critica per quanto riguarda il personale o spariranno del tutto con l’andata in pensione del personale di ruolo e l’allontanamento dei precari che le portano avanti.
Ed i provvedimenti del governo delle destre non si fermano qui. Hanno soppresso tre Enti Pubblici operanti nel settore della ricerca ambientale (APAT, ICRAM e INFS), inglobandoli in un nuovo ente, l'ISPRA, che non si sa come sarà organizzato, se tutelerà l'ambiente e se farà ricerca e che nasce già commissariato. Hanno commissariato l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), rimuovendo il Presidente nominato dal Governo di Centro-Sinistra, il prof. Bignami, scienziato di indiscussa fama mondiale, e scegliendo come commissario un dirigente di Finmeccanica che da ASI riceve finanziamenti. Hanno cambiato la natura del secondo Ente Pubblico di Ricerca italiano, l’ENEA, trasformandolo in Agenzia in funzione del rilancio del nucleare in Italia. Hanno persino proposto di trasformare un Ente Pubblico di Ricerca, l'Istituto per lo Sviluppo della Formazione del Lavoratori (ISFOL), in una società privata.
Questi dati si commentano da sé. Una ragione in più per sostenere con forza la mobilitazione e le iniziative di lotta che i docenti, gli studenti, i ricercatori pubblici, i precari stanno mettendo in campo, e che deve sfociare rapidamente in una manifestazione nazionale capace di parlare all’opinione pubblica, per dire che non sono i docenti, gli studenti, i ricercatori che hanno bisogno di una università e di una ricerca pubblica libere e non costrette a vivacchiare dalla scarsezza di finanziamenti e personale ma l’intero popolo italiano, cui si vuole togliere la più importante risorsa per crescere e progettare il futuro: la produzione e la trasmissione di un sapere critico e libero.
Mentre l'economia precipita in una crisi senza precedenti, il governo delle destre prepara il paese con una stretta autoritaria che vuol minare dalle fondamenta la Costituzione, per scaricare i costi della crisi ancora e per l’ennesima volta solo sulle lavoratrici e sui lavoratori. Assistiamo così a :
_ Una operazione sistematica di smantellamento dello Stato sociale a partire dalla privatizzazione e smantellamento della scuola e dalla sanità pubblica fino ad arrivare all’assurdità della trasformazione delle Istituti scolastici in fondazioni private. Con lo smantellamento della scuola pubblica si intende creare una scuola di classe. Una scuola pubblica di pessima qualità equivale ad ipotecare il futuro della gran parte delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi destinandoli fin d’ora ad un insuccesso scolastico e lavorativo.
_ Un progetto di dismissione dell’Università e della Ricerca pubblica, attraverso la riduzione degli investimenti (con il conseguente inevitabile aumento delle tasse universitarie), la riduzione del turn over, la possibilità per gli atenei pubblici di trasformarsi in fondazioni private, il blocco delle carriere, il licenziamento dei precari, una riduzione del numero dei docenti e dei ricercatori (che andrebbero invece raddoppiati), che provocherà una fuga di massa dei nostri migliori cervelli all’estero. Un paese senza università e ricerca pubbliche di qualità è un paese destinato ad un futuro di subordinazione internazionale
_ Un attacco forsennato ai più elementari diritti costituzionali, alle pari opportunità, ai diritti acquisiti dai lavoratori, la cancellazione delle pur timide ed insufficienti norme emanate dallo scorso governo per contenere la precarizzazione del lavoro e il ricorso al lavoro nero, la ulteriore compressione dei redditi di lavoratori e pensionati.
_ L’uso spregiudicato di un clima di insicurezza sociale artatamente costruito per giustificare norme dal chiaro sapore xenofobo e razzista che possono portare ad una crescente e pericolosa deriva autoritaria antidemocratica.
Contro questo attacco e per la difesa dei propri diritti è già in atto nelle scuole, nelle università, nelle istituzioni di ricerca ed in quelle della cultura una vasta mobilitazione, promossa dai Sindacati, dagli organi di rappresentanza e da comitati spontanei. A questa mobilitazione, in tutte le sue forme, il PdCI assicura il suo massimo appoggio.
Perché possa raggiungere i propri obiettivi, bisogna però che questa protesta si estenda a tutto il Paese.
Occorre perciò che la sinistra politica e sociale, pesantemente sconfitta dalla prova elettorale, fuori dalle istituzioni parlamentari, esca dal suo ripiegamento ed avvii un’azione nella società, fra i lavoratori, fra le masse popolari.
Per il rilancio di una opposizione reale e sempre più vasta riteniamo rivesta un’ importanza eccezionale la manifestazione nazionale indetta per l’11 ottobre, una manifestazione, promossa da un appello sottoscritto da migliaia di lavoratrici e lavoratori, intellettuali, cittadine e cittadini (http://www.11ottobreinpiazza.org/) che deve essere l’inizio di una grande mobilitazione popolare.
I giorni che ci separano da questa scadenza saranno decisivi per costruire le condizioni affinché l’11 ottobre sia la data d’inizio di un grande movimento di massa. Per questo invitiamo tutti gli intellettuali, i docenti, gli studenti ed i lavoratori e le lavoratrici della scuola, dell’università e della ricerca a costruire in tutte scuole, università e centri di ricerca momenti d’iniziativa unitaria e comitati per la costruzione di una grande manifestazione.
Università e Ricerca. Per un’alternativa democratica al liberismo.
14 Gen 2008
Università e Ricerca. Per un’alternativa democratica al liberismo
Partito dei Comunisti Italiani Dipartimento Nazionale Università e Ricerca
17 maggio 2005
Questo documento, preparato dal Dipartimento Nazionale Università e Ricerca del PdCI sotto la direzione del compagno Antonino Cuffaro, rappresenta una elaborazione ed un aggiornamento del documento sull'università e la ricerca approvato al III Congresso Nazionale del Partito. Esso viene ora presentato in bozza alle compagne ed ai compagni, a coloro che operano nei settori dell'università, della ricerca e dell'innovazione tecnologica, alle forze sociali e politiche progressiste e democratiche, affinché con il contributo di tutte e tutti possa trasformarsi in un effettivo programma di lavoro politico condiviso per lo sviluppo dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica italiane
Note
0. L’economia italiana è compressa in una sorta di morsa competitiva: essa perde sia sul terreno dell’innovazione nei confronti dei paesi sviluppati che hanno investito in formazione e ricerca, sia sul terreno dei bassi costi perché le produzioni mature possono essere realizzate altrove a costi per noi irrealizzabili. Se questa situazione permarrà anche solo per qualche anno, la crisi che sta investendo il nostro sistema produttivo potrebbe divenire irreversibile. La situazione attuale dell’Università e della ricerca è uno dei segnali più evidenti del declino. Invece di sviluppare il sistema scientifico e tecnologico nazionale, di investirvi risorse economiche, di aumentarne il già troppo limitato numero di risorse umane, di attuare le riforme che avrebbero potuto aumentarne l’efficienza, il governo delle destre sta mettendo in atto, in nome dell’ideologia liberista, una controriforma che aggrava la condizione degli atenei e degli enti di ricerca, non solo riducendone oggettivamente le risorse disponibili ma anche, e principalmente, minandone l’autonomia scientifica garantita dalla Costituzione.
Dobbiamo tuttavia riconoscere che, in Italia, quella dei rapporti tra politica, formazione e ricerca è una lunga storia segnata da errori, contraddizioni e tentativi di condizionamenti politici ed ideologici, anche prima dell’avvento del governo delle destre.
1. Negli anni 60-70, sulla spinta di grandi lotte, si introdussero nel nostro sistema formativo, di tradizionale impianto classista, alcuni elementi “repubblicani” (chiamiamo qui “repubblicano” il paradigma che pone come asse del sistema la formazione del “cittadino”, o, con altre parole, l'utilità sociale del pensiero critico). Il movimento operaio impose nel 1962 la scuola media unica e l'obbligo a 14 anni. Il movimento studentesco del 68-69 impose la liberalizzazione degli accessi all'Università e il ringiovanimento del corpo docente, sia scolastico sia universitario (corsi abilitanti, 382). Il sistema che ha funzionato per gli ultimi venti anni del Novecento è stato dunque un sistema compromissorio e incompleto, debole per questo motivo intrinseco, e debole per una fondamentale ragione di ordine storico-sociale. Nonostante alcuni risultati non disprezzabili sul piano della diffusione della cultura e delle competenze, il movimento di democratizzazione interno a scuola e università non è riuscito a incontrarsi e a intrecciarsi, in modo sostanziale e irreversibile, con le forze del lavoro. La classe operaia ha vissuto solo occasionalmente, ad esempio con la forte ma isolata esperienza delle 150 ore, la democratizzazione della scuola, e soprattutto quella dell'università, come una cosa propria, come un momento della propria valorizzazione in quanto forza produttiva e di direzione della società. E’ questo un motivo non secondario della insufficiente risposta da parte del mondo del lavoro all’aggressione di stampo liberista che si sta dispiegando nei confronti del sistema formativo.
2. Già da tempo il sistema della ricerca e della formazione è stato investito da politiche di adeguamento al paradigma liberista. Mentre i governi di centro-sinistra hanno tentato, anche se con scarsi risultati, un temperamento fra istanze liberistiche e carattere pubblico del sistema formativo, il governo Berlusconi, in questo campo del tutto subalterno all’ala più reazionaria ed arretrata della Confindustria, persegue invece con tutta evidenza la destrutturazione del sistema, con una netta discontinuità rispetto ai governi precedenti che deve essere compresa se si vuole tentare di organizzare un adeguato movimento di opposizione a questa politica distruttiva. Secondo il paradigma oggi dominante, infatti, il lavoro intellettuale e, più in generale, il contenuto intellettuale del lavoro vanno considerati soltanto come fattore di produzione, come fattore di valorizzazione del capitale. Conseguentemente, l’attribuzione di un contenuto intellettuale al lavoro rappresenta un costo da ottimizzare in funzione della reale vocazione produttiva del sottosistema nazionale all’interno della valorizzazione globale. Data la mediocre, non innovativa, tensione industriale della grande maggioranza dell’imprenditoria italiana, è dunque coerente l’obiettivo principale della cosiddetta “riforma” Moratti della scuola: una sostanziale riduzione del contenuto intellettuale medio del lavoro, finalizzata a una sostanziale riduzione del valore medio del lavoro . Una formula non diversa può interpretare le scelte del MIUR sugli ordinamenti universitari: peggiorare il 3+2 (laurea triennale + biennio specialistico susseguente alla prima) introducendo una Y, nel triennio, fra chi proseguirà con la specializzazione e chi si avvia senz’altro al mercato.
3. Sul versante degli Enti di ricerca, la lettura delle intenzioni del Governo può rifarsi direttamente alle “Linee guida per la politica scientifica e tecnologica del governo”, presentate nella primavera del 2002.
Secondo le “Linee”, l’attività di ricerca scientifica e tecnologica del nostro paese avrebbe per scopo prioritario quello di agire come moltiplicatore di competitività per il sistema manifatturiero del paese e dovrebbe, quindi, essere riprogrammata sulla base delle domande che da esso vengono. In questa ricetta semplicistica sono già contenuti i motivi dello scontro tutto politico che sul futuro della ricerca italiana si è aperto, ma anche sono prefigurati i modelli organizzativi che il governo propone per gli EPR e per l’università.
Il pericolo è evidente. Nella primavera del 2002, ai tempi della presentazione delle “Linee”, non si teorizzava esplicitamente la “ricerca di adattamento” (in pratica, il solo trasferimento al sistema produttivo italiano dell’innovazione sviluppata all’estero); oggi sì, complici anche le ristrettezze di bilancio in cui il governo si muove. Dieci anni, forse anche meno di “ricerca adattiva” sono in grado di distruggere per un tempo molto più lungo la capacità di ricerca di qualità del paese. Ma questa ricetta è anche semplicistica, perché salta a piè pari il problema centrale: il fatto che il nostro paese ha un sistema industriale a bassa domanda di innovazione, soprattutto a causa della distribuzione prevalente nei settori merceologici tradizionali e della estrema frammentarietà del sistema produttivo. Costringere il sistema pubblico a surrogare i compiti e le funzioni di R&S industriale non affronta il nodo della mancanza di domanda di innovazione. In più, il governo pretende di risolvere il problema diminuendo nel contempo le risorse disponibili per affrontarlo. Si immagina quindi per il Paese un modello di sviluppo subalterno e basato non sulla competizione per la qualità - difficile anche solo da concepire sulla base dell’idea della ricerca adattativa - ma sulla compressione dei costi e dei diritti sociali.
4. Come costruire un’opposizione vincente e un’alternativa di governo? In termini di principio, bisogna ribadire che la libertà di ricerca e di insegnamento non è una prerogativa di ricercatori e docenti, ma è un diritto dei cittadini. È lo studente che ha diritto a insegnanti liberi; è la società che ha diritto a una ricerca libera.
Alle cosiddette riforme della destra non ci opponiamo in nome di un sistema vecchio - indifendibile e, comunque, già morto - ma in nome di una nuova ipotesi di rapporto fra scienza e lavoro, ovvero in nome di un'idea di formazione e ricerca che assuma come riferimento il lavoro, non nella sua versione atrofizzata di fattore della produzione capitalistica, ma nella sua più profonda realtà di grande forza mediatrice fra uomo e natura.
5. Come nella scuola, anche nell'Università contrapponiamo la centralità del pensiero critico alla pretesa di ridurre l'insegnamento a trasmissione di procedure applicative di ordine produttivo. Ripensiamo, in questa ottica, la riforma degli ordinamenti didattici e rimettiamo in discussione quelle lauree triennali in cui l'elemento applicativo-procedurale risulti prevalente su quello critico (e ciò vale più o meno per tutti gli ambiti disciplinari).
Sia nella scuola, sia nell'Università sia nella Ricerca, rilanciamo il valore dell’unità del sistema, sotto la responsabilità diretta della Repubblica, senza distinzione in serie A, B, C, ecc.
Diamo pieno sostegno alla battaglia del mondo universitario in difesa dell'autonomia degli ordinamenti, valore riconosciuto dalla Costituzione. Per i Comunisti, l'autogoverno è un valore da difendere e qualificare in funzione dei fini propri dell'istituzione universitaria: promuovere il diritto allo studio, al massimo livello e per il più largo numero di cittadini; promuovere la libertà di ricerca e di insegnamento. L'autonomia non può essere perciò intesa come competizione economicistica fra un ateneo e l'altro o tra un gruppo di ricerca e l’altro, né come esercizio autoreferenziale di potere accademico. Al contrario, essa si sostanzia soltanto nel quadro dell'unità del sistema formativo pubblico-statale (scuola e università) e secondo le dinamiche di una programmazione democratica.
Lo sviluppo qualitativo, la crescita quantitativa e la differenziazione del sistema vanno gestite in un disegno di programmazione, che nasca dal confronto tra le componenti universitarie , le forze sociali e le istituzioni di governo locale e nazionale. Soggetto-guida di tale confronto deve essere un Consiglio Universitario Nazionale democratizzato e integrato, eletto sulla base di principi che assicurino la rappresentatività disciplinare e culturale dell'intero mondo universitario, con il compito di definire i titoli di studio aventi valore legale (denominazioni e tabelle di insegnamenti fondamentali); di tracciare i lineamenti generali della programmazione, in relazione alle risorse che lo Stato mette a disposizione del sistema; di valutare l'efficienza del sistema e di ciascuna sua componente. Nel rispetto delle linee generali fissate dal CUN, le scelte particolari di sviluppo (istituzione di facoltà e corsi di laurea, attivazione di master e dottorati, organico, sostegno al diritto allo studio) vanno affidate a Consigli Universitari Regionali, eletti secondo gli stessi principi che regoleranno l'elezione del CUN.
Deve essere fissata per legge - con valori europei - la quota minima di risorse, in proporzione al PIL, garantita al sistema della formazione e della ricerca. In particolare, il Ministero deve garantire, secondo procedure certe e calendari prevedibili, le risorse anche aggiuntive necessarie al reclutamento dei docenti e dei ricercatori pubblici. E discorso analogo deve essere fatto per il sostegno al diritto allo studio, che non può essere abbandonato alla diseguale “ricchezza” e sensibilità delle Regioni.
6. La libertà di insegnamento e ricerca va resa effettiva - nei vari settori - in base a condizioni di lavoro trasparenti e non precarie.
Per quanto riguarda l'Università, il problema dello stato giuridico dei docenti va affrontato battendo sia la linea del governo (precarizzazione e privatizzazione), sia il corporativismo reciprocamente paralizzante delle maggiori associazioni e lobbies di docenti. In questa direzione, il Partito potrebbe avanzare, come già ha fatto per la scuola, un disegno di legge da offrire al dibattito nelle categorie interessate, anche come momento di organizzazione.
Sulla base di quanto richiesto da tempo dalle organizzazione della docenza universitaria, la nostra proposta prefigura un ruolo unico, diviso in tre fasce; reclutamento attraverso concorso pubblico rigoroso (sul tipo di quello per magistrati) e carriera per merito senza automatismi; rifiuto del precariato (anche regolamentando con norme chiare, che garantiscano i diritti dei lavoratori interessati, i contratti a tempo determinato, che devono essere utilizzati solo per un periodo ragionevolmente breve di formazione e selezione dei giovani che vogliono intraprendere la carriera accademica e di ricerca) e del doppio lavoro, salvaguardia del tempo per la ricerca, sburocratizzazione del sistema.
7. Per gli Enti Pubblici di Ricerca (EPR), chiediamo la definizione dei seguenti elementi, interrelati e vitali per la sopravvivenza del sistema:
i) un adeguato status giuridico per i ricercatori e tecnologi che ne valorizzi l'effettiva attività scientifica e/o tecnologica, basato sulla “Carta dei diritti della Ricerca” che il Partito ha già sottoscritto, ed una politica di assunzioni a tempo indeterminato di giovani ricercatori, invertendo anche in questi Enti la tendenza alla precarizzazione del lavoro;
ii) una chiara missione scientifica per gli EPR definita anche attraverso forme di partecipazione effettive dei ricercatori e tecnologi alla gestione degli enti; a questo riguardo sarà importante stabilire un metodo che coinvolga anche i ricercatori e tecnologi nella nomina dei vertici degli enti, accompagnato da un sistema rigoroso di incompatibilità dei vertici con altre posizioni;
iii) individuazione (ex-novo o riformando quelle esistenti) di adeguate istituzioni e procedure, nelle quali sia coinvolta in modo adeguato la comunità scientifica, per definire in modo chiaro gli obiettivi della politica per la ricerca, dando così anche risposta alla domanda sociale di maggior trasparenza e democrazia nelle scelte strategiche in questo settore; a questo scopo, sembra importante realizzare un coordinamento più esplicito con le numerose politiche (e corrispondenti istituzioni) che interagiscono con la politica per la ricerca - tra le altre, industriali, della concorrenza, dello sviluppo delle aree depresse, dell’istruzione, della formazione, di riequilibrio finanziario, sociali e ambientali.
Questi compiti venivano assegnati dalla riforma della ricerca pubblica del Centro-Sinistra all’Assemblea Nazionale della Scienza e della Tecnologia (ANST) ed al Comitato Interministeriale per la Programmazione della ricerca. Questi strumenti, che avrebbero dovuto essere attuati, verificati e, quando si fosse ritenuto necessario (come sicuramente nel caso della ANST), migliorati, rivisti od anche eventualmente sostituiti da altri più funzionali, sono invece stati, dal governo delle destre, cancellati o svuotati di contenuto.
8) Per quanto riguarda la ricerca industriale, alla condizione strutturale di arretratezza tecnologica dell’economia del paese si è tentato di ovviare per un quarto di secolo con una politica essenzialmente basata sugli incentivi all’innovazione. Il risultato, nonostante le risorse anche ingenti che sono state spese, non è però esaltante se il nostro rimane un paese a basso tasso di innovazione e, anche in conseguenza di questo fatto, ha perso credibilità l’idea che esista una relazione diretta e lineare tra investimenti in ricerca, innovazione e sviluppo. E’ risultato chiaro che una politica esclusivamente o quasi di incentivi alla ricerca industriale si traduce prevalentemente, in assenza di una domanda sostenuta di innovazione da parte del sistema industriale, in innovazione di processo e non di prodotto, con ovvie conseguenze sul piano occupazionale, non ripagate però, né in termini di nuova occupazione, né in termini di una maggior capacità di tenuta rispetto ai cicli del mercato.
E’ quindi certamente necessario da un lato assicurare un adeguato finanziamento ai meccanismi di incentivazione della ricerca industriale previsti dalla Legge 297/99 (cosa che il governo delle destre non fa, spostando invece da un esercizio finanziario a quello successivo i fondi necessari alla copertura dei progetti già approvati, compromettendo così il meccanismo anche per gli anni futuri), mentre dall’altro deve essere rivisto il metodo di valutazione ex-ante ed ex-post della validità e dell’impatto sociale degli interventi richiesti e di quelli finanziati.
Tutto ciò rischia di essere però inefficiente e dispersivo in assenza di coerenti interventi di vera e propria politica industriale, A partire dalla seconda metà degli anni ’60 hanno incominciato a realizzarsi le condizioni di quello che viene ormai individuato come una forma di vero e proprio “declino industriale” del Paese. Se l’assetto origianrio del sistema produttivo nazionale era già di per sé scarsamente propenso all’innovazione a causa della prevalente distribuzione su settori merceologici tradizionali e dell’assenza di un sistema creditizio moderno, la progressiva scomparsa delle medie e grandi imprese e la generale ritirata dai pochi settori capaci di produrre innovazione (chimica, elettronica, energia, automobile) anche in settori industriali maturi ha aggravato drammaticamente la situazione: pensare di intervenire su di un tale contesto solo sul versante delle politiche scientifiche e dell’università sarebbe un errore gravissimo.
9) Per permettere ad un modello di sviluppo autogeno basato sull’innovazione di decollare devono però esistere in Italia condizioni che non potranno verificarsi spontaneamente, senza una adeguata azione di programmazione dell’economia ed un intervento concreto dello Stato in questo settore (ed aver trascurato ideologicamente questo fatto e’ stato anche nel recente passato uno degli errori più gravi della sinistra riformista). Anche a questo problema, bisogna quindi rispondere con una proposta articolata, che superi le solite rituali politiche di agevolazioni alle imprese:
a) Lo Stato deve dedicare adeguate attenzione e risorse alla preparazione del Piano Nazionale della Ricerca, che non può ridursi, come é stato nella presente legislatura ad un vuoto elenco di principi generali e di stanziamenti che verranno erogati “se sarà possibile” ma deve divenire un reale strumento di programmazione, con risorse economiche certe, del quale deve essere costantemente tenuta sotto controllo l’attuazione e verificata l’eventuale necessità di modifica.
b) Lo Stato deve generare una reale, costante e quantitativamente rilevante domanda interna di prodotti e servizi ad alta tecnologia, in primo luogo tramite l’aggiornamento e l’innovazione tecnologica nei suoi settori di intervento (scuola, sanità, tutela del territorio e dell’ambiente, tutela e valorizzazione dei beni culturali, giustizia, difesa, trasporti, ecc.) ed, in secondo luogo, potenziando il proprio sistema di R&S pubblico secondo quanto descritto parlando degli enti pubblici di ricerca e delle università: quest’ultimo strumento e’ probabilmente il più facile da impiegare in tempi brevi, anche al fine di garantire da subito uno sbocco alla produzione dei pochi settori ad alta tecnologia ancora presenti in Italia (es. industria spaziale).
c) Lo Stato deve selezionare un numero ristretto di settori merceologici ad alta tecnologia che, per il loro ruolo strategico e per la situazione attuale del mercato, meritino e permettano una politica di espansione per il sistema produttivo nazionale e concentrare su questi tutte le risorse disponibili per la ricerca industriale (e non dirottando su questa gli stanziamenti destinati alle università ed alla ricerca pubblica), difendendoli anche politicamente dai condizionamenti stranieri. Questo aspetto riguarda principalmente in questo momento prevalentemente l’industria nazionale delle comunicazioni e quella aerospaziale, il cui sviluppo potrebbe essere garantito da un adeguato piano di settore, partendo dai punti di eccellenza in essa ancora presenti, e da una “domanda garantita” da parte dello Stato, sia per velivoli destinati a servizi speciali (aeroambulanze, velivoli antincendio, velivoli e satelliti per geodesia, meteorologia e per il controllo dell’ambiente e del territorio, satelliti per telecomunicazioni, ecc.) che di missioni spaziali destinate alla ricerca di base (astronomia, biologia, scienze della Terra), anche concordate in ambito europeo ed internazionale.
d) Lo Stato deve incentivare lo sviluppo di una nuova imprenditoria, disponibile a puntare sull’innovazione tecnologica. Ciò si può ottenere garantendo l’apertura di credito e agevolazioni fiscali a giovani di adeguata preparazione tecnico-scientifica, possibilmente associati in gruppi di sufficiente consistenza (cooperative), per l’apertura di attività imprenditoriale di produzione di merci, materiali ed immateriali, ad alto contenuto tecnologico e privilegiando poi queste strutture per la fornitura allo Stato di ciò che si renda necessario per la realizzazione di quanto schematizzato al punto a). Non sembra invece che provvedimenti di generica agevolazione fiscale su produzioni ad alta tecnologia o di offerta di trasferimento di tecnologia alla maggior parte delle imprese attualmente esistente possa permettere un ragionevole rapporto costo/beneficio per la collettività. Ancora più inefficace sarebbe puntare alla creazione di imprese ad alta tecnologia a partire dalle competenze del personale di ricerca operante nelle università e negli EPR: cercare di trasformare questo personale in “imprenditori” otterrebbe il solo risultato di depauperare ancora di più le scarse risorse umane della ricerca e della formazione superiore pubblica, sottraendone una parte ai compiti che sa e deve svolgere.
e) Lo Stato deve provvedere a creare ed attivare, tenendole almeno inizialmente sotto il proprio controllo, strutture (distinte come ruolo e come struttura dagli Enti pubblici di ricerca) destinati allo sviluppo tecnologico in settori precompetitivi, e quindi non suscettibili di immediate capacità di mercato, ed alla realizzazione di prototipi di dispositivi che, tramite applicazioni di tecnologie avanzate, possano contribuire alla soluzione di problemi di interesse per il Paese e per gli Enti locali (es. smaltimento ecologicamente compatibile dei rifiuti, traffico automobilistico, sanita’, controllo del territorio, ecc.). Gli attuali o previsti “Poli scientifico-tecnologici” (che, affidati solo al mercato, sono spesso divenute solo scatole vuote e costose) dovrebbero essere ristrutturati a questo fine.
f) Lo Stato deve assumersi l’onere di creare e mantenere una adeguata struttura per la valutazione, ex-ante ed ex-post, dei progetti di ricerca industriale, del loro esito e del loro impatto sul sistema produttivo nazionale e di creare e mantenere una banca dati nella quale siano registrati tutti i programmi di ricerca industriale finanziati ed i rispettivi risultati.
E’ chiaro che progetti di questa portata devono essere finanziati adeguatamente, dato il loro costo e la loro natura sostanzialmente extramercantile. Tuttavia, a ben guardare, si potrebbe trattare sostanzialmente di una rifinalizzazione di risorse già disponibili (sostegno alle imprese, imprenditoria giovanile, Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca applicata, ecc.), che sono però attualmente impiegate in modo tale da non assicurare un adeguato ritorno, in termini di occupazione e di benessere generale del Paese.
10. Questo programma, come per altro qualsiasi azione che voglia incidere realmente sul sistema universitario e di ricerca italiano, richiederà comunque anche un sostanziale aumento dell’impegno finanziario dello Stato in questi settori: secondo la nostra valutazione, sarà necessario in cinque anni almeno ottenere il raddoppio del valore reale degli stanziamenti per università e ricerca e portare la percentuale dei ricercatori sul totale degli occupati alla media europea: si tratta di obiettivi impegnativi ma non irrealizzabili se per raggiungerli si opererà contemporaneamente un corrispondente calo delle spese militari ed un aumento del gettito fiscale risultante dalle transazioni finanziarie.
Il Partito dei Comunisti Italiani presenta queste sue proposte all’intera comunità scientifica, agli studenti, a tutti coloro che nei settori dell’alta formazione, della ricerca e dell’innovazione tecnologica operano e delle associazioni che li rappresentano, per sottoporle alla discussione, alla verifica ed all’eventuale modifica. Alla fine di questo percorso, il programma che ne deriverà sarà portato al tavolo programmatico dell’Unione perché diventi un impegno per il prossimo Governo di Centro-Sinistra.
Università e Ricerca all'Assemblea dell'8 e 9 dicembre
14 Gen 2008
Università e Ricerca all'Assemblea dell'8 e 9 dicembre
“Schede” relative ad università, enti pubblici di ricerca e ricerca industriale ed innovazione tecnologica approvate dall’Assemblea della Sinistra e degli ecologisti dell’8 e 9 dicembre 2007.
Interrogazione. L'Ue e la nuova "politica nazionale dello spazio" degli Stati Uniti
23 Ott 2006
Parlamento Europeo: Interrogazione a risposta scritta di Umbero Guidoni
19 ottobre 2006
L'Ue e la nuova "politica nazionale dello spazio" degli Stati Uniti
Secondo quanto rivela il Washington Post, il 6 ottobre scorso, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha firmato la "Politica nazionale dello spazio", nel quale si afferma che la libertà di azione nello spazio è importante per gli Stati Uniti come la superiorità aerea e marittima". Gli obiettivi sono "rafforzare la leadership spaziale degli Stati Uniti, assicurare che le capacità di operare nello spazio sia disponibile per gli obiettivi della sicurezza americana, interna ed esterna, per fare in modo che non siano in alcun modo ostacolate le operazioni nello spazio considerate necessarie per difendere gli interessi americani ". Il documento respinge inoltre qualsiasi accordo sul controllo delle operazioni spaziali che possa limitare la flessibilità degli Stati Uniti di raggiungere la cosiddetta "Space superiority”e afferma il principio secondo cui gli USA hanno il diritto di negare l'accesso allo spazio a chiunque sia "ostile agli interessi americani". Considerando che tale decisione unilaterale rischia di aprire nei fatti una militarizzazione dello spazio finora evitata grazie ai trattati internazionali, considerando che “negare l'accesso allo spazio a chiunque sia ostile agli interessi americani" contraddice lo spirito del Trattato sullo Spazio delle Nazioni Unite, firmato nel 1967, il cui articolo I sancisce che “l’esplorazione e l’uso dello spazio, includendo la Luna e gli altri corpi celesti, deve essere portato avanti a beneficio e nell’interesse di tutte le nazioni, indipendentemente dal loro sviluppo economico e scientifico”, considerando che la dottrina di "Space superiority" rappresenta un inversione di tendenza che mette a rischio la cooperazione internazionale in materia di utilizzo pacifico dello spazio a fini scientifici, il cui esempio più significativo è la realizzazione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), considerando che l'Europa potrebbe rientrare nella lista dei potenziali avversari, in quanto i razzi Arianne sono percepiti dagli Usa come vettori capaci di utilizzo militare, si chiede:
Quale posizione intende assumere la Commissione dinanzi alla decisione unilaterale statunitense e quali misure ha in programma di assumere?
Quali passi intende intraprendere per garantire l’utilizzo esclusivamente scientifico dei risultati delle collaborazioni scientifiche in atto con gli Stati Uniti in campo spaziale?